Capitolo 36

Un pomeriggio i nonni hanno ospitato Giovanni per qualche ora.
Aveva già compiuto un anno.
A casa da sola. Ho deciso di prepararmi un bagno caldo.
Qualche candela, un olio profumato, la luce spenta, per poter riposare gli occhi.
Di rilassarmi o dormire avevo perso la speranza da molto tempo.
Mi sarebbe bastato sentirmi po’ meglio; anche solo pochissimo.
“E’ l’occasione giusta” ho pensato immergendomi nel tepore dell’ acqua.

Ma senza il mio bambino su cui concentrare la mia attenzione, i pensieri hanno cominciato ad espandersi.
Mi è sembrato di sentirli uscire dalla testa.
Fuori controllo, hanno riempito la stanza semibuia di uno smisurato e terrificante vuoto, facendomi scivolare in una sorta di assenza fisica.
Non pensavo alla cena che di lì a poco avrei dovuto preparare, se avessi riordinato i giochi di Giovanni, riposto la tazza del tè che, come quella del giorno precedente, aveva solo sfiorato le mie labbra e che ancora piena era rimasta accanto al letto.
Non sentivo più niente del di fuori.
Se l’acqua in cui ero immersa fosse calda o gelida.
Fissavo il muro con gli occhi sbarrati.
Da tutta un’altra parte, fissavo me.
L’avvilimento e l’angoscia mi facevano talmente paura da negarmi ogni desiderio di vivere.
La prima volta l’ho “gridato lì”.
Ma stavolta senza proferire parola.
Non avevo più la forza di pronunciarmi.
Le gocce di vapore sulle pareti, riflettevano la curvatura di quegli istanti e scivolavano giù in un moto come perpetuo, anche loro solo in grado di buttarsi giù verso il basso.
Avrei voluto chiamare qualcuno ma non riuscivo a muovermi.
Ero in uno stato di shock.
Le lacrime non smettevano più di uscire, nemmeno quando dopo un’ora o forse due, mi è sembrato di non poter provare più alcuna emozione.
La mia verità era lì davanti a me.
Mi fissava sprezzante, scocciata per avermi rincorso così a lungo, affinchè la guardassi in faccia.
Non sapevo più come spiegare, come fare in modo di essere creduta.
Quel che dicevo veniva recepito diversamente da ciò che intendevo.
Il mio viso sfigurato dal pianto.
Ero giunta al capolinea.
Ero un cuore che batte in un corpo freddo.
Potevano sotterrarmi così.
Non si sarebbero accorti che dentro ero ancora viva.

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