Capitolo 37

E così è stato.
Quella sera qualcuno mi ha trovata in quello stato.
Ma niente dell’accaduto è uscito dalle mura della mia casa.
Il mattino dopo, tutti erano ancora immersi nella loro routine. Indifferenti.
Poco tempo prima, mi ero rivolta per la quarta volta al medico di base accusando una stanchezza smisurata e insonnia, tensioni e forti dolori diffusi. “Colpa del bambino”, rispondeva. “Se non dorme lui, non può dormire neanche lei. Ne risente tutto il fisico. Provi con delle gocce per dormire.”
Le gocce non sortivano alcun effetto. Nè una, nè dieci, nè cinquanta. Era come alitare su un iceberg con la presunzione di scioglierlo.
In uno sforzo sovrumano ma invisibile, tiravo avanti per il mio bambino, sperando in un miracolo.
Era passato un anno e mezzo. L’insonnia mi aveva portata ad una condizione mentale disastrosa. Alienata.
Che pena mi fa ripensare a quella donna macchiata di un sangue invisibile.
Ascoltavo tutti. Provavo di tutto.Tisane, preghiere. Leggevo ancora libri. Tantissimi libri.
Che hanno aperto uno spiraglio su un mondo nuovo che mi aspettava.
La ricerca del mio senso. Ma non ero ancora pronta.
E nel mio diario scrivevo non da autore, ma da spettatore.

Insensibile, ipnotizzata, avevo un peso ormai insignificante ad assecondare la gravità che mi tenesse connessa alla vita, a questa terra che non mi tratteneva più ad essa.
Fluttuavo in gesti meccanici.

La decisione di scrivere ha rappresentato un gancio invisibile in mezzo al mondo, che non mi ero resa conto di aver creato e che anni dopo mi avrebbe dato la possibilità di ricominciare ad amarmi.

Quelle notti scrivevo le parole di un testamento.
Invece quel file è diventato una promessa di vita.
Ma dovevo ancora cadere nel baratro.

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