Capitolo 38

Appena nati i miei pensieri ricadevano in un mucchio di lettere sparse.
Non avevo il tempo di raccoglierle e rimetterle in ordine perchè in pochi istanti,
 un crudele conto alla rovescia terminava in una tabula rasa.

Concetti appena accennati, sparivano come sottotitoli troppo veloci, risucchiati in un buco nero.
Pochi secondi dopo, non riuscivo già più a ricordare cosa fossero.
Nè se fossero reali. O miei.

Adesso mi era addirittura difficile comprendere cosa dicessero le persone intorno a me.
Parole ed emozioni si distorcevano.
A disagio, cercavo di starmene sola e lontana da tutti.
Di me c’era solo la carne.
Ed il pianto. Sempre lì. Fedele persecutore.
Difficile da controllare cercavo in ogni modo di nasconderlo. Ma ormai era tardi.
Emozioni e pensieri si sono fusi in una sostanza mortale che ha avvelenato il mio corpo, parallizzandomi.

Adesso il fatto di non reggere più era un’ossessione.
“Non ce la faccio. Non ce la faccio.” Una voce nella testa mi assillava.
Non smetteva più nemmeno davanti all’unica cosa di cui m’importasse ancora.
Il mio bambino.
Convinta di poter salvare almeno lui da un destino nefasto che, con gravi sintomi depressivi a mio parere gli stavo cucendo addosso, a due anni dalla sua nascita, ho preso una decisione importante.
Avrei cercato aiuto al di fuori della mia famiglia.
Che incredula e oppressa credo da una sensazione di impotenza non aveva più idea di cosa dirmi o farmi.

Mentre credevo che il mio piccolo Giovanni fosse la cosa più fragile e vulnerabile della situazione, insieme a me, lui stava per farmi una sorpresa impensabile e potente.

Perché posso dire ora che è proprio vero che i bambini “sentono” tutto.

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