Capitolo 40

Mi sono presentata nello studio di Marilena con un bagaglio ingombrante: convinta che se non meritavo aiuto da parte della mia famiglia e degli amici fosse perchè non meritavo più di vivere.
Mi odiavo anche per essere stata messa al mondo.

Ho cominciato a perdere peso, ad uscire raramente di casa. Ancora, nessuno diceva “hei, ma che ti succede ?”
Piangevo. Piangevo ininterrottamente. Da sola ed in presenza di mio marito.
Che ogni giorno più sbalordito e sfiancato dai miei continui crolli, cominciava a spazientirsi.
Il tempo ha fatto un salto. Sopra ad un altro pezzo di vita che mi sono persa.
Da oltre 12 mesi facevo sedute regolari di psicoterapia. Mi avrebbero aiutato, ma il processo era lento. Lentissimo.
La mia situazione era grave. Ora ne avevo la certezza grazie al confronto con Marilena che mi aiutava a capire.

Ma tutto dipendeva da me. Il lavoro non finiva quando lasciavo il suo studio. Ma cominciava.
Io dovevo decidere ogni cosa riguardo a me, al bambino ed alla situazione per poterla cambiare.
Le soluzioni erano nelle mie mani e dovevo trovare il coraggio di testarle.

Ho ridotto in modo drastico l’allattamento che proseguiva ancora a ritmo serrato. L’ho letteralmente imposto a Giovanni. Anche se questo rituale era bellissimo e da una parte mi dava sicurezza e conforto, dall’altra mi provocava dolori lancianti alle spalle ed alla schiena. Era un giovanotto ormai. La notte alternavo le ore sul materassino a terra a quelle sul divano, per avere almeno il braccio sostenuto dal bracciolo. Ma era tutto inutile.
 I dolori non mi davano tregua. La notte era una centrifuga.
Ho detto “ok, interrompiamo l’allattamento”.
Da 20 volte al giorno siamo passati a 3.
E pochi giorni dopo ecco venire a galla la prima verità su di noi.

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